La figura dello spettatore è stata lungamente criticata nel secondo Novecento poiché considerata parte del processo di mercificazione della vita quotidiana nelle forme dello spettacolo. Lo spettatore, inteso come colui che non partecipa attivamente alla vita, ma la osserva a distanza, è fruitore passivo e consumatore acritico. Convive e rigenera il sistema dello spettacolo dandosi, al contempo, come contenuto da consumare e consumatore. Tuttavia, proprio per questa sua articolata posizione, la figura dello spettatore è utile per comprendere il nostro rapporto mediatico con il mondo e per ripensare i nostri modelli di partecipazione attiva nella società.
Guardare il mondo con gli occhi dello spettatore non coincide con una fruizione passiva o con un approccio acritico al mondo, al contrario, si tratta di un gesto di ascolto attivo e consapevole. L’osservazione dinamica in camminata, invece, sfugge alla messa in prospettiva e si articola in un continuo esercizio di esposizione a ciò che ci circonda. Il focus diviene non tanto l’oggetto dell’osservazione, il paesaggio, quanto l’esercizio di attenzione stesso, lo stare in agguato.
Guardare si presenta come un intervento ambientale soggettivo e partecipato che si muove tra diverse modalità di osservazione. Si articola in una serie di esercizi percettivi, connessi tra loro da una camminata, e incentrati sul rapporto tra visione e ascolto. Questi esercizi si praticano tanto nella fruizione a riposo – seduti, rivolti verso uno scenario – quanto nel movimento, in fuga dagli scenari.
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