Periferico Festival 2025
“La speranza si fonda sull’idea che non sappiamo cosa succederà,
e che proprio nello spazio dell’incertezza c’è margine per agire”.
— Rebecca Solnit
Un piccione comune guida lo sguardo di Periferico 2025.
Randagio più che selvatico, è una creatura interstiziale che abita il confine tra natura e artificio, disprezzata per la sua capacità di adattarsi ai margini, di vivere tra gli scarti e nel disordine urbano. Lo scrittore inglese Jon Day scrive: «Invece di librarsi disinteressati in alto, i piccioni restano vicini al suolo – seguono le depressioni e i solchi delle valli, si insinuano tra i canyon formati dagli edifici e spesso volano a livello della strada, al di sotto dei tetti». Non ha lo slancio epico degli uccelli migratori né la nobiltà dei rapaci. Eppure, nella sua traiettoria bassa e irregolare, nella sua tenace fedeltà alla casa, si rivela una forma di sapienza che parla anche di noi.
Come i piccioni, anche Periferico 2025 vola rasoterra, goffo e incerto, dentro un mondo complesso e sempre più indecifrabile. È questa attitudine – umana e più che umana – che il festival di quest’anno sceglie di abitare: uno stato fragile ma pieno di possibilità, in cui l’azione nasce non dal controllo ma da un vigile stare nel presente, con i corpi esposti all’errore, all’ascolto, alla trasformazione.
Becoming è il titolo di questa edizione: un invito a restare nel divenire, a perdere l’equilibrio, a riconoscere l’importanza di ciò che ci appare fuori posto. Le performance disegnano rotte minime e scene quotidiane: picnic al tramonto nel cuore del parco, panchine che aprono dialoghi inattesi, mani che si toccano, esercizi di osservazione silenziosi, costellazioni sonore, assemblee lente. Tracce che, come i voli dei piccioni, si muovono tra le crepe della città, rendendo visibile ciò che spesso resta invisibile.
Nel fragore di un presente ferito – la Palestina brucia, i diritti si sgretolano, la Terra ci interroga – l’arte non deve consolare, ma può illuminare per un attimo, come un lampo, la possibilità di un altro mondo, di futuri ancora non scritti. Nel buio si può ancora intravedere una forma di giustizia, una via per tornare a casa. Il richiamo della casa, per i piccioni, è assoluto: non un territorio qualsiasi, ma un luogo preciso. Anche noi, forse, possiamo imparare a riconoscere la strada tra le rovine, a costruire dimore provvisorie e necessarie. Goffamente, collettivamente. Una città composta da materia viva, eccedente, fuori posto: come i nostri corpi, come le nostre domande, come l’arte, quando prova a immaginare il reale altrimenti.
(Scritto da Federica Rocchi e Serena Terranova, Collettivo Amigdala)
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